Si è tenuto il 9 luglio 2019, a Montone in Umbria, un’incontro-dibattito dal titolo Ma che razza di uomini è questa? Ci negano il rifugio della sabbia, ci vietano di fermarci sulla terra più vicina. O quale patria così barbara permette simili usanze?*
Il momento topico dell’incontro/dibattito è stato la lettura, da parte di alcuni rifugiati, di brani del volume “Partire. Un’odissea clandestina” di Mahmoud Traoré**, un senegalese che vi racconta il suo viaggio Dakar/Siviglia durato tre anni e mezzo.

Ecco alcuni dei brani letti :

PEGGIO PER CHI NON CI PROVA

No l’ho detto a nessuno.
Moussa mi guarda con la fronte corrucciata e mi chiede se ho avvisato mia madre, se ho abbastanza soldi da parte e se sono cosciente dei rischi cui vado incontro. A suo parere è tutto troppo improvvisato, decisamente troppo azzardato.
Forse non ha torto, ma a cosa serve il pessimismo di chi è troppo stanco per fare l’avventura: non sarò certo il primo ragazzo che decide di partire in maniera impulsiva.
Sei lì, a mani vuote, stanco di soffrire e di attendere qualcosa che, ne sei sicuro, non succederà mai se non sei tu ad andartelo a cercare.
Così, un bel giorno, decidi di darti una mossa e vai a cercar fortuna, dicendoti che se ti andrà male potrai sempre fare marcia indietro.
……………
Partiamo da Dakar il 17 settembre 2002. Ho trascorso l’ultima sera sulla spiaggia, a chiacchierare del più e del meno con i colleghi del laboratorio di falegnameria e, più tardi, con la mia ragazza, Awa.
Al momento dei saluti mi ha proposto di rivederci la settimana successiva; ho rifiutato senza osare confessarle che stavo per lasciare il paese. S’è offesa, e l’ho salutata con una battuta per dissimulare.
All’epoca non sapevo che sarebbero passati sette anni prima di rivederla, e che nel frattempo avrebbe sposato un altro uomo.

FARE L’AVVENTURA
Impieghiamo un giorno e mezzo, dal sabato mattina alla domenica sera, per percorrere i mille chilometri che separano Dakar da Bamako. Alla frontiera, non avendo passaporto, mostro la carta d’identità guineana e i doganieri maliani, per il disturbo, mi spillano una mancia.
Il timbro per entrare in Mali costa trecento franchi CFA, ma con qualsiasi pretesto i compari in divisa estorcono duemila CFA a ogni straniero che passa e si spartiscono la differenza. È l’equivalente di tre euro, e per me è molto.
Giunti in territorio maliano, dei poliziotti passano fra i sedili e si fanno consegnare tutti i documenti. Per riaverli, dovremo passare nel loro ufficio, installato dietro a un telo appeso in fondo a un vagone. Lì, lontano da sguardi indiscreti, ti chiedono di «pagargli un tè».
Raccolgono i soldi e se ne vanno. A volte tornano e chiedono un ulteriore supplemento. Sono decisamente troppo avidi. Una volta hanno provato a far pagare addirittura l’autista!

ALL’OMBRA DELLA MOSCHEA ROSSA
AGADES è finalmente in vista, ma alle sue porte si staglia, nella luce orizzontale della sera, la sinistra silhouette di un posto di polizia.
Gli agenti ci fanno scendere dal bus insieme con una decina di altri passeggeri e ci separano per nazionalità: «I senegalesi da questa parte, i nigeriani deall’altra….» Un ufficiale stabilisce così per noi il «prezzo senegalese», mentre nella stanza di fianco i suoi uomini picchiano e derubano gli anglofoni. Sentiamo i colpi dei tubi di gomma sui loro toraci, accompagnati da insulti e gemiti.
Nel gruppo venuto dal Ghana c’è una donna, così come in quello della Costa d’Avorio; altre due sono fra i nigeriani. La ghanese racconterà con le lacrime agli occhi che la poliziotta addetta alle perquisizioni delle donne non s’è fatta scrupoli ad affondarle le dita nella vagina.
Non avrei mai immaginato che l’avidità potesse raggiungere questi livelli. Pensavo ingenuamente che le donne fossero in qualche modo al riparo da tali eccessi: mi sbagliavo, è esattamente il contrario.

IL DESERTO DEI DESERTI
Fra i miei piedi, un sacchetto di pane secco per il viaggio. Sono già seduto nel cassone posterior del 4×4 quando Awa Douma me ne passa un altro. «È un pane che si conserva per molti giorni, bagnalo con acqua o latte e ti riempirà lo stomaco. Ti darà le forze per tirare avanti.»
Abbiamo bidoni d’acqua da dieci litri, avvolti nel cartone per proteggerli dai raggi solari, che in poco tempo la renderebbero imbevibile, della manioca e del mais in polvere, del tipo che in Niger chiamano gari.
Siamo pronti: sei mesi dopo il mio arrivo ad Agadez, ho finalmente l’impressione di riprendere in mano il mio destino.
…………….
Formato da tre pick-up che trasportano trenta passeggeri ciascuno, il convoglio si mette finalmente in marcia. Poco dopo aver lasciato il centro abitato, gli autisti accostano per farci la predica: «Stiamo entrando nel deserto, d’ora in poi si fa sul serio». Che, in altri termini, significa che se qualcuno cadrà dai fuoristrada, non si fermeranno per portargli soccorso.
Trenta persone su un pick-up Toyota sono molte. Siamo schiacciati l’uno contro l’altro e dovremo resistere per ore, senza pause. Il viaggio fino alla frontiera algerina durerà quattro giorni. Per andare da Agadez alle montagne dello Djanet si passa per una regione chiamata Ténéré, il deserto dei deserti. In queste terre a cavallo fra Niger, Algeria, Ciad e Libia,” il bizness” è in mano ai clan Tuareg.”

TEMPI DURI DA GHEDDAFI
La mattina del quarto giorno di marcia, con Ibrahima Cissé, Benoît l’ivoriano, Ibrahima Ndiaye, Kempou, Sankoun, Arouna, Sarra, entriamo finalmente a El-Barkat, il posto di frontiera libico.
All’altezza delle prime case, tre neri con abiti militari ci approcciano, sorridenti. Dicono di poterci offrire un alloggio. In un rudere, in mezzo ai campi, fanno tappa in un negozietto per comprare del pane e del burro: «Siete in Libia, qui chi ha fame mangia a sazietà». Appena finito di mangiare i panini, però, ci ordinano: «Svuotate le tasche fino all’ultimo centesimo, se volete uscire vivi da qui». 
Dopo mezz’ora di intense trattative, ci spingono nella loro macchina e ci portano alla frontiera. Temiamo il peggio., Un ufficiale donna ci parla in inglese, poi accorgendosi che siamo senegalesi ci fa segno di sparire. «Non c’è posto per loro, qui», spiega ai soldati neri che, a malincuore, si rassegnano a lasciarci andare.
Una volta liberi, riprendiamo il cammino verso Ghat.

ALL’ASSALTO DELL’ULTIMA FRONTIERA
La sera del 28 settembre 2005, alle undici e mezza, i camerunesi – il cui ghetto si trova sulle piste che portano alla frontiera , lanciano il segnale. “C’est chaud! It’s hot!”
Ci rimettiamo in marcia verso una radura più distante dai ghetti, dove ci sediamo per discutere. Lì, per la prima volta, possiamo pianificare apertamente l’avvicinamento e l’attacco alla frontiera. Ogni comunità designa un portavoce. Io mi incarico di tradurre in peul, un maliano lo farà in bambara e un camerunese in inglese per i nigeriani, anche se in questa fase non vi sono molti anglofoni fra di noi. E così per ogni lingua e per ogni ghetto. Decidiamo di aspettare in silenzio fino alle due del mattino. Vogliamo arrivare alla barriera tutti insieme, siamo circa in duecento, ora. «Bisogna avanzare frontalmente, con i posatori di scale in prima linea. Se avanziamo a ranghi serrati non riusciranno a catturare nessuno. E se potremo tagliare la rete, lo faremo.» A grandi linee, l’idea è di sfondare il reticolato con la nostra forza d’urto.
…………..
Sono fra i primi a saltare. Fra le due recinzioni, gli spagnoli urlano e sparano in aria proiettili di gomma. Finite le scorte, impugnano le pistole di ordinanza, caricate con veri proiettili. Corrono all’impazzata, distribuendo manganellate e colpi inferti col calcio della pistola. Li sento insultarci mentre ansimano: «Putos negros! Putos negros!»
Provano a colpire e immobilizzare quelli che raggiungono la seconda barriera, ma noi siamo in troppi e non credono ai loro occhi, si sentono sopraffatti. Mentre sto scalando la seconda rete, vedo arrivare i rinforzi. Molti di noi si feriscono tagliandosi con le lame di rasoio dei nastri spinati in cima alle barriere metalliche.
Io mi taglio all’altezza della caviglia saltando dalla seconda cinta. Una volta issatomi su di essa, sono costretto a fermarmi, perché dall’altra parte un guardia civil mi aspetta col manganello alzato. Mi tengo al tubo a forma di V che regge il filo spinato, con le gambe a cavallo della rete, aspettando che il poliziotto si scordi di me e corra dietro a qualcun altro.
Ma in quel momento due maliani che hanno scalato la rete nella sua parte più molle, a metà strada fra il mio appiglio e il palo seguente, si curvano sul filo spinato come in un salto in alto in stile Fosbury. Sono ben avvolti in vari strati di pantaloni e giacche, non rischiano di tagliarsi. Ma nella loro caduta si tirano dietro il filo, che si tende violentemente facendomi perdere l’equilibrio. Precipito nel vuoto, rimanendo appeso per un piede, con una lama piantata nella carne. Per liberarmi sono obbligato a scuotermi, il che mi provoca una ferita ancor più profonda. A caldo non sento neanche il dolore. Afferro la sbarra metallica per tirarmi su con la forza delle braccia, estraggo la lama dalla caviglia e mi libero il piede, poi mi lascio cadere. La scarpa resta impigliata lassù. Se non avessi avuto la prontezza per reagire in questo modo, avrei sicuramente perso il piede.
Una volta a terra, mi rialzo in uno stato di semi-incoscienza e mi metto a correre in mezzo ai compagni che scavalcano in disordine gli ostacoli che ci separano dalla città. Vediamo passare numerosi veicoli militari – la legione – diretti verso la frontiera. Dal lato spagnolo, così come da quello marocchino, i rinforzi avanzano a sirene spiegate. In quel momento iniziano a sparare.
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All’inizio la ferita non mi fa troppo male, i muscoli caldi e il panico mi anestetizzano. Ma dopo più di un’ora di slalom fra gli ostacoli che ci separano dal centro città, comincio a sentire il dolore. Quando la pattuglia mi vede, bloccato su un sentiero fra due cancelli, sono stremato. Non riesco a scavalcare il secondo e mentre ci provo per l’ennesima volta mi gridano di scendere. Mi ordinano di sdraiarmi sulla pancia e capisco che vogliono sapere se sono armato. Faccio segno di no. Mi ammanettano dietro la schiena, mi svuotano le tasche, poi mi rialzano e mi spingono, senza troppi complimenti, in una macchina diretta al commissariato.

ANDALUSIA, TERRA PROMESSA
L’ultima barriera è appena caduta davanti ai miei occhi. Il mio viaggio giunge al termine, il mio destino si realizza, sono in Europa.
Dopo una settimana d’attesa, ottengo un posto nel Centro d’accoglienza. C’è solo un nero, oltre a me: questo centro ospita soprattutto marocchini, rumeni e anziani spagnoli senza mezzi di sussistenza.
Durante le lunghe serate solitarie ho il tempo di ripensare al mio viaggio. Lungo il cammino fai fatica ad analizzare la situazione a sangue freddo. Stringi i denti e vai avanti, perché non sei spinto solamente dalla speranza, ma anche dalla vergogna e l’ansia di non farcela, di fallire e dover tornare a casa a mani vuote. Quando, alla fine del viaggio, sbatti il naso contro l’ultima frontiera, non puoi più fare dietrofront, perché al villaggio penserebbero che ti sono mancate la forza di volontà e la pazienza necessarie. Molti migranti restano bloccati per anni nei ghetti del Maghreb, altri vagano in Europa senza poter aiutare i loro familiari, altri ancora preferiscono scomparire, non tornare più in Africa, per timore di essere bollati come pigri, codardi o buoni a nulla. Da noi, la pressione familiare è molto forte.
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Mi è risultato molto difficile abituarmi alla cultura e ai modi di fare di qui. Per esempio, non capivo questa mania che hanno di vantare continuamente i pregi della loro città: «Siviglia è una meraviglia», «Siviglia è il posto in cui si vive meglio al mondo»…
Per me, era soprattutto un posto in cui si fatica per mesi per trovare un lavoro malpagato o addirittura non pagato. Il loro modo di vedere la vita è molto diverso da quello del mio villaggio. Il concetto di «diritto» è profondamente estraneo alla cultura africana, che si basa invece sulle usanze e sulle parole degli anziani.
Qui si fanno lotte per dei «diritti» impensabili da noi. La gente è combattiva, se necessario tiene testa alla polizia. Non riuscivo a capire, per esempio, le rivendicazioni del collettivo. “ La calle es de todos. Io, un clandestino che viveva con l’ansia dei controlli, restavo perplesso: lottare per il diritto a bere e fare festa negli spazi pubblici mi sembrava un capriccio da privilegiati.

Prima di partire da Dakar non avrei mai pensato che dopo tre anni in Europa non avrei avuto né una casa né una macchina. In Africa si racconta che in Europa, con la buona volontà, si può ottenere tutto quel che si vuole, soprattutto i soldi. E io, che ho lavorato mattina e sera, non ho ancora nulla.. Gli africani pensano che gli europei siano tutti ricchi, ma la realtà è l’esatto contrario, quasi nessuno lo è. Si lavora quarant’anni per pagare un mutuo; sono molti quelli che muoiono prima di diventare proprietari delle case in cui vivono.
Sinceramente, la vita degli africani in Europa è raramente invidiabile. Avere la pelle nera è quasi un delitto, veniamo visti come indigenti, incapaci o delinquenti. Sono stato colpito dalla mancanza di pazienza di certi funzionari, che si comportano come se gli dessi fastidio, o ti trattano come un deficiente.
Nei centri per l’impiego, quando sono andato a chiedere una formazione professionale, l’agente voleva a tutti i costi mandarmi a lavorare nei campi. Gli ho dovuto ricordare che non ero disoccupato, che ero solo andato a chiedere una formazione.
Pensavo che l’Europa fosse più efficiente e rispettosa. Qui tutti pensano che in Africa siano tutti poveri, che tutti muoiano di fame e che ci sia la guerra dappertutto, e che per questi motivi chiunque disponga di due gambe se ne voglia andare di corsa.
E invece in Africa persone come mia madre hanno vissuto tutta la vita senza sentire un solo colpo d’arma da fuoco. Di ritorno in Senegal, mi son persino trovato a rimpiangere le mie scelte. Perché ho abbandonato gli studi? Quando son partito, avevo un livello di formazione superiore alla maggior parte dei miei coetanei, e ora molti di loro hanno trovato lavoro in municipio, o sono diventati insegnanti… Non diventeranno milionari, ma sono tranquilli, sono sicuri o quasi di ricevere uno stipendio a fine mese.
Durante gli ultimi giorni al villaggio e fino al momento di riprendere l’aereo, sono stato tormentato da domande esistenziali. «Fra quanti anni potrai tornare fra la tua gente? Invecchierai e morirai in Europa? Dove hai veramente voglia di vivere? Dove andresti a stare, se avessi la possibilità di scegliere?

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*    Virgilio
**  di Bruno Le Dantec, Mahmoud Traoré, Baldini + Castoldi, 2018

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